ASSOCIAZIONE CULTURALE
“DON LUIGI MARI”

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San Giulio

eseguito da



Sabato 7 febbraio 2009 – ore 20.45
Chiesa SS. Pietro e Paolo - Brebbia (Varese)


L’itinerario di questa sera, si snoderà attraverso letture, poesie, canto e musica. Il percorso che proponiamo vuole essere un viaggio a ritroso nel tempo che rievocherà, attraverso la figura di San Giulio, dei momenti storici e religiosi.
Anche le pietre di questa chiesa, che si dice fondata da San Giulio e dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, con il loro visibile parlare, sono uno strumento di studio dal punto di vista storico ed epigrafico e possono offrire, insieme alle fonti documentarie e cronachistiche, il loro contributo di testimonianza nel nostro cammino sulle orme del santo che nel IV secolo ha percorso questi luoghi.

Perché ricercare i fatti della vita di un Santo, ormai lontani nel tempo, alla cui devozione poche chiese sono intitolate? In effetti la figura di San Giulio non raggiunge i vertici di fede e di spiritualità di altri santi, ma il San Giulio delle leggende e dei racconti popolari, appare quasi il simbolo del saggio, dell'uomo "pius": pieno di fede, spirituale, eppure immerso nella vita terrena e, non ultimo, impegnato nel lavoro manuale, quello con il quale si edificano le chiese. Così lo hanno immaginato per secoli gli abitanti di Brebbia, come pure coloro che popolano le sponde del lago Maggiore e del lago d'Orta, teatro delle sue imprese.



LARGO da “Inverno”, op.8, n.4 – Antonio Vivaldi

L’abate Paolo Morigia nel suo libro “Historia della nobiltà et degne qualità del Lago Maggiore” pubblicato nel 1603, così parlò delle antichità di Brebbia.

Hora vorò favellare di Brebia e dico che era anticamente Castello che di già fu abitato da i popoli Orobij avanti che i romani lo dominassero. I romani poi li fabbricarono un famosissimo tempio dedicato alla dea Minerva apresso ci fecero ancora i Bagni e Gneo Ferentino fu il primo che in Brebia ci ponesse i Bagni e in quel luogo si facevano le lavande, per essere luogo amenissimo, e comodissimo a tal lavature. Dove si veggono ancora due lastre di Marmo con alcune lettere antiche con caratteri Romani.




“Inno Orfico a Minerva” (preghiera pagana)

"Pallade unigenita, augusta prole del grande Zeus, Divina,
Dea beata, che susciti la guerra, dall'animo forte, indicibile,
di gran nome, che abiti negli antri, che governi le alture elevate
dei gioghi montani e i monti ombrosi,
e rallegri il tuo cuore nelle valli, godi delle armi,
con le follie sconvolgi le anime dei mortali,
fanciulla che estenui, dall'animo che incute terrore,
che hai ucciso la Gorgone, che fuggi i talami,
madre felicissima delle arti, eccitatrice,
follia per malvagi, per buoni saggezza;
sei maschio e femmina, generatrice di guerra,
astuzia, dalle forme svariate, dracena, invasata,
splendidamente onorata, distruttrice dei Giganti Flegrei,
guidatrice di cavalli, Tritogenia, che sciogli dai mali,
demone apportatore di vittoria, giorno e notte,
sempre, nelle ore piccole ascolta me che prego,
dà la Pace molto felice e sazietà e Salute
nelle stagioni felici Glaucopide, inventrice delle arti, regina molto pregata."



BALLO IN FA DIESIS MINORE
- Angelo Branduardi

In epoca romana si festeggiava la dea Minerva (detta anche Pallade) dal 19 al 23 marzo nei giorni che prendevano il nome di Quinquatria e durante i quali si celebravano i giochi con l'uso di flautisti, molto usati nelle cerimonie religiose tanto celebri nelle romane storie.

“Feste in onore di Minerva” - Fasti, III, vv.809-822 - Ovidio

Una dies media est, et fiunt sacra Minervae,
nomina quae iunctis quinque diebus habent.
sanguine prima vacat, nec fas concurrere ferro:
causa, quod est illa nata Minerva die.
altera tresque super rasa celebrantur harena:
ensibus exsertis bellica laeta dea est.
Pallada nunc pueri teneraeque orate puellae;
qui bene placarit Pallada, doctus erit.

Un solo giorno intercorre e ricorrono le feste sacre a Minerva
che prendono il nome dai cinque giorni ininterrotti.
Il primo giorno è privo di sangue
né e lecito ricorrere alle armi:
questo perché Minerva è nata in quel giorno ( 19 marzo ).
Il successivo e gli altri tre giorni venivano celebrati spianando l’ arena:
la dea della guerra è felice delle spade sguainate.
Ora fanciulli e tenere fanciulle pregate Pallade:
chi avrà placato bene Pallade, sarà sapiente.


SALTARELLO – Danza medioevale



Oltre a quella di Minerva, a Brebbia furono rinvenute altre aree votive dedicate a tutti gli dei e le dee, ad Ercole, a Giove, alle Matrone.

“Difesa della religione romana” – dall’Ottavio – M. Felice

Vediamo, in ogni stato, in ogni regione, in ogni città,
che ciascuna comunità celebra i propri particolari riti
e venera gli dei del luogo,
i Romani invece, tutte le divinità.
Proprio cosi,
la forza e l’autorità dei romani
si sono estese fino ai confini del mondo,
il loro dominio si è spinto al di là del cammino del sole
e degli stessi limiti dell’oceano,
essi anche in guerra sfoggiano il loro rispetto della divinità,
proteggono la loro città con la stretta osservanza dei riti,
coi loro collegi di caste vergini,
coi molti ordini sacerdotali e le loro diverse solennità.

Quand’erano circondati e avevano ormai perduto tutto all’infuori
del solo Campidoglio, hanno continuato a venerare
gli dei, mentre altri se ne sarebbe distolto
considerandoli ormai avverse.
Sono stati capaci di avventarsi nudi di lancia, ma armati del loro fervore
religioso, fra le schiere dei Galli stupiti dell’ardimento
infuso loro dalla fede.
Fin dentro le mura nemiche, mentre ancora spargono il sangue dei vinti,
ne adorano gli dei, in quanto da ogni dove ricercano
e accolgono dei come ospiti e li considerano propri,
erigono altari anche a divinità ignote e ad
ignoti spiriti degli inferi.
così, avendo accettato i riti di tutti i popoli, hanno meritato anche di conquistarne
le terre.



IL SIGNORE DI BAUXAngelo Branduardi
SALTARELLOVincenzo Galilei



Ma i tempi stavano cambiando...

Il 28 febbraio 380 l’imperatore Teodosio, con l’editto di Salonicco, riconosce il Cristianesimo religione ufficiale di stato dell'Impero romano.
"È Nostra Volontà che tutti i popoli governati dalla Nostra clemenza debbano praticare la religione trasmessa ai Romani del divino apostolo Pietro. In accordo con la disciplina della dottrina evangelica, dobbiamo credere nell' unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, dotati di uguale maestà, e della Santa Trinità. Stabiliamo che quanti si atterranno a tale regola assumano il nome di Cristiani Cattolici. Gli altri saranno invece bollati con l'infamia che spetta a chi professa dottrine eretiche. I loro luoghi di incontro non potranno definirsi chiese e su di loro si abbatterà dapprima la vendetta di Dio e poi la Nostra ostilità, in conformità al giudizio divino."
Nel 381 invece promulga alcuni provvedimenti per la proibizione di tutti i riti pagani. Infatti leggendo alcuni suoi Decreti a tal proposito apprendiamo:

“Nessuno violi la propria purezza con riti sacrificali, nessuno immoli vittime innocenti, nessuno si avvicini ai santuari, entri nei templi e volga lo sguardo alle statue scolpite da mano mortale perché non si renda meritevole di sanzioni divine ed umane. Questo decreto moderi anche i giudici, in modo che, se qualcuno dedito a un rito profano entra nel tempio con l'intenzione di pregare, venga questi costretto a pagare immediatamente 15 libbre d'oro. Coloro che hanno tradito la santa fede cristiana e hanno profanato il santo battesimo, siano banditi dalla comune società; non abbiano parte nei testamenti, non ereditino nulla, da nessuno siano indicati come eredi”.

Nel 382 si sanciva, tuttavia, la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico, mentre il divieto dei sacrifici cruenti e delle pratiche divinatorie ad essi collegate venne ribadito nel 385.

Nel 383 il giorno di riposo, il dies solis, rinominato dies dominicus e già introdotto a Roma nel 274 da Aureliano che aveva cercato di imporlo come culto di Stato, con Teodosio, divenne obbligatorio:

“Nel giorno del sole, che giustamente gli antenati chiamano “del Signore” cessi completamente il proposito di ogni lite o affare; nessuno richieda con insistenza i debiti pubblici e privati; neppure presso gli stessi giudici non ci sia alcuna approvazione delle leggi. E non solo sia giudicato degno di biasimo, ma anche sacrilego, colui il quale si sia allontanato dall’impulso o dal rito della santa religione”.

L’influenza del vescovo Ambrogio, che governò la Chiesa Milanese dal 372 al 397, ebbe un ruolo importante nella politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo. Con Sant’Ambrogio la diocesi di Milano divenne centro celeberrimo di religione ed il campo di battaglia su cui fu sconfitto l’arianesimo.




MARCIAGeorg Friedrich Haendel

EXODUS (colonna sonora dall’omonimo film) di Ennio Morricone

In quegli anni, sulla scia della lotta di Teodosio e Ambrogio contro il paganesimo, apparvero Giulio e Giuliano, due fratelli nati nell’isola di Egina in Grecia verso la metà del quarto secolo.
Giulio era sacerdote, mentre Giuliano diacono.
Nel 377 arrivarono a Roma, si recarono dall’imperatore Teodosio Magno e a lui cosi si rivolsero secondo un’ antichissima biografia dove la storia sconfina nella leggenda e risalente, secondo alcuni, alla fine del secolo XI, o addirittura, secondo altri, al secolo VII :

“Imploriamo, o pio signore, la tua clemenza e magnifica celsitudine, acciochè ci sia elargito un tuo imperiale rescritto, inteso alla salvazione delle anime e cosi possiamo, in ogni regione del tuo regno, distruggere tutti gli empi e maligni simulacri, abbattere le are ed o loro templi e consumarli col fuoco; perché possiamo erigere santuari a Cristo, dedicare altari, battezzare quel popolo per farne una chiesa; ed ancora possiamo rafforzare la fede cattolica nella Trinità santa ed inseparabile ed apparecchiare a Cristo una comunità in sé compiuta”

Allora l’imperatore, udendo un tal discorso, sommamente gioì e disse loro:

“Ricevete dunque da me le lettere imperiali, secondo il tenore della vostra richiesta; esso io indirizzo, mediante voi, a tutti coloro che nelle città sono investiti d’autorità; esse sottoscrivo di mio pugno e comando che così sia fatto nell’occasione in cui voi, uomini venerandi, vi rechiate con questa mia ordinazione in qualsiasi luogo; e a voi spetti di definire le modalità esecutive. E tutti i dignitari indicati obbediscano ad ogni vostro desiderio e comando, ed ugualmente il popolo presti il lavoro manuale; i vari soprintendenti siano esecutori vostri. Colui il quale osi travisare questo rescritto, non sfuggirà la potenza della mia mano. Tutto ciò vi metto per iscritto; la pacee il bene si accrescano in voi. State in buona salute.”

Ricevuto così il rescritto ne partirono.
Arrivati poi dalle nostre parti si accordarono a Milano con il grande Arcivescovo Ambrogio e a Novara con il primo vescovo Gaudenzio e si misero al loro servizio, come coadiutori, spingendosi nei luoghi più lontani delle diocesi lombarda e novarese, tra questi Brebbia e le zone del Lago Maggiore e Lago d’Orta.
Fecero voto di erigere cento chiese, edificarono la 99esima a Gozzano e la centesima sull’isola posta sul Lago d’Orta e che ora ne porta il nome.
Brebbia è certamente uno dei primi centri dove si è formata l’evangelizzazione nelle nostre terre, soprattutto grazie alla figura di S. Giulio e del fratello. Probabilmente la scelta cadde sul nostro paese perché Brebbia già in epoca romana era in una posizione di importanza strategica, forse sede di un distretto amministrativo o militare.
Secondo il vescovo Carlo Bascapè arrivarono a Brebbia nel 387 e iniziarono la predicazione del vangelo proprio dinanzi ai templi pagani, in particolar modo dinanzi a quello di Minerva.
I risultati furono mirabili: in poco tempo la maggioranza dei brebbiesi e delle popolazioni limitrofe rinunciò al paganesimo e abbracciò la fede cristiana. Così Brebbia, che prima era il centro del dei culti pagani di tutta la zona circostante, divenne il centro del cristianesimo.
Essa tenne fede alla nuova religione e divenne una delle pievi più importanti
.


INNO AI SANTISant'Ambrogio

La testimonianza dell’opera di san Giulio è riscontrabile nella fondazione della prima chiesa. Essa si trovava di fianco all’attuale campanile, dove è possibile trovare traccia delle antiche fondazioni. In seguito si chiamò Cappella di S. Maria e fu adibita ad oratorio, mentre il terreno adiacente venne usato come cimitero.
A tal proposito Monsignor Bascapè nel primo libro della sua Novaria Sacra e il cardinale Federico Borromeo affermano: “Giulio è intento a distruggere i delubri e i templi dell’idolatria, atterrando a Brebbia l’altare di Minerva e dedicasse la Chiesa ai SS. Apostoli”.
E lo storico Morigia ancora sottolinea:
“Brebbia aveva una Chiesa insignissimo fabbricata da S. Giulio sino all’anno 390, di struttura honorata, magnifica, ed era collegata col suo prevosto e 18 canonici residenti, Cimiliarcato e Mareconiato”.

Ancora oggi sul lato settentrionale della Chiesa, possiamo vedere una pietra con un’iscrizione romana che conferma ciò che abbiamo ritrovato negli antichi documenti. Non è facile trovarla perché è rovinata dal tempo, ma vi invitiamo ad osservarla perché crediamo nel valore della storia e di tutto ciò che ci parla del nostro passato.
Essa riporta la seguente scritta:

“A Minerva,
fece erigere un tempio
Caio Albino Cassiano
e sciolse volentieri il voto fatto a Minerva”
Il vedere incastrata questa lapide nel fianco della Chiesa porta a pensare che parte di essa deve essere stata costruita con materiale proveniente dalle costruzioni romane del luogo. Altrimenti non si potrebbe spiegare l’impiego di diverso materiale costruttivo che possiamo notare sia all’interno che all’esterno. Quindi S. Giulio prete, iniziando la costruzione del tempio cristiano, usò del materiale giacente in luogo, proveniente appunto dalle demolite o pericolanti costruzioni romane e, venuto meno questo, abbia impiegato quello che si suole chiamare da noi, pietra d’Angera.

Sempre dall’anticha biografia apprendiamo un miracolo operato da san Giulio durante la costruzione della chiesa:
“Mentre si fabbricava la chiesa, un carpentiere si amputò - con un colpo netto di quell’attrezzo da legnaiolo che è detto comunemente “destrale” - il pollice; questo, troncato che fu, venne proiettato ad una certa distanza. Raccoltolo, lo seppellirono. Il flusso di sangue era tale che il poveretto venne meno e cadde a terra. Quando ormai tutto era finito, la notizia fu riferita a san Giulio. Allora quel sant’uomo disse: Portatemi dunque il pollice.
E subito gli fu portato. Presolo, egli lo applicò al suo posto. Poi, fatto il segno della croce, risanò le carni e ricongiunse la pelle, sì che la mano tornò come prima. E allora il santo, preso l’attrezzo, lo ridiede in mano al ferito e gli disse: Lavora e fatti animo, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito santo.
E tutto il popolo, vedendo ciò, rese lode al Signore, perché egli mirabilmente si manifesta nell’opera dei suoi santi”.




ARIA IN SOL MIN.Johann Pachelbel

LARGOGeorg Friedrich Haendel

Il cammino di Giulio continua.
Mentre il fratello Giuliano è intento nella costruzione della chiesa a Gozzano, Giulio approda su un’isola disabitata ed infestata da serpenti:

“Ed ecco se ne andò in un villaggio vicino a Gozzano, nel raggio di circa due miglia. Giunse dunque nel villaggio detto Mugro. Guardandosi attorno vide in distanza un’isoletta disabitata; pensò lungamente al modo di raggiungerla poi inginocchiatos i pregò il Signore, dicendo: o Signore, per cui amore e nella cui fede mi sobbarco tanto lungo peregrinare, concedi in grazia della fede in te che questo mantello si faccia nave e mi permetta di raggiungere sano e salvo l’isola che ho di fronte. E, Signore, se ciò risponde ai tuoi disegni, possa colà edificare e consacrare una chiesa in lode del nome tuo e dei tuoi dodici apostoli; poiché non mi è dato di trovar nave su questa riva. Spogliandosi dell’indumento detto volgarmente “coriolo”, lo stese sopra le acque. Afferrato poi il bastone che aveva sempre per mano e al quale era solito appoggiarsi, fatto il segno della croce, eccolo navigare il cavo ceruleo delle onde. Traversato il profondo abisso delle acque, raggiunse incolume l’isola. Quell’isola era gremita d’una quarantina di grandi serpenti. La roccia, asperissima e folta di rovi, incuteva tal timore che nessuno, a causa della moltitudine di serpenti, osava avvicinarsi per barca a meno d’un tiro di freccia. Ma S. Giulio, preceduto dal segno della croce, salì indenne fino alla sommità dello scoglio e, presa una bacchetta di rovo, ne fece una croce e la infisse in una spaccatura della roccia; poi, chiamati a sé i serpenti, disse: Udite, o serpenti, la mia parola, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Già da troppo tempo questo scoglio è stato in vostro possesso. Ora però andatevene e fate luogo, poiché da questo momento in poi ci concede il Signore quest’isola e qui ancora ha disposto si elevi un sacro e notabile edificio in onore dei suoi dodici apostoli. Prendete congedo e partite senza indugio. Ciò udito tutti i serpenti andarono in frotta verso il monte Camocino. A capo chino s’allontanarono dal santo; e quelli che non vollero obbedire al comando di tant’uomo, di botto furono tratti a precipitarsi nel lago.
In seguito san Giulio cominciò a costruirvi la chiesa dei Dodici Apostoli”.

Reginald Gregoire, docente di storia della Chiesa moderna e contemporanea e di metodologia della ricerca teologica, dà una interpretazione approfondita degli elementi principali contenuti in questa leggenda tratta da un antico documento:

- il lago simboleggia l’ “occhio della terra” attraverso cui i defunti possono ancora vedere questo mondo;
- l’isola è il simbolo di un centro spirituale;
- il serpente rappresenta il male e quindi la lotta contro il paganesimo e l’arianesimo;
- il drago rappresenta invece il demone e nel culto di San Giulio una delle sue caratteristiche taumaturgiche è proprio quella di scacciare i demoni.

L’approdo di S. Giulio è raffigurato nell’affresco sulla parete destra di questa chiesa e risale probabilmente al Cinquecento.


GABRIEL’S OBOE dal film “Mission” – Ennio Morricone

San Giuliano troverà riposo nella pace eterna nell’anno 391 mentre per san Giulio, il tempo della requie nella pace avverrà nel 401 e verrà deposto nel sepolcro entro l’ultima chiesa che aveva fondato.
Il culto per San Giulio qui e nelle regioni circostanti è sempre stato sentito e invariato nel corso dei secoli, soprattutto a partire dall’XI secolo, ma i primi documenti scritti che ci parlano della devozione verso di lui risalgono addirittura allo storico Paolo Diacono nell’VIII secolo.
Nel XV secolo il canonico dell’isola Giovanni Prevosti, nel suo manoscritto Liber magnus scrive:
“Questa santa Chiesa è visitata ogni anno, da 1200 anni anche più, cioè dalla sua fondazione, dai popoli infrascritti, (46 comunità) processionalmente coi loro parroci con croci e vessilli con tale severanza che non so se accada ad altro pio luogo” Il vescovo Bascapè invece ci ha lasciato una suggestiva descrizione dei Salmi:
“Alla Chiesa di s. Giulio convengono ogni anno molte popolazioni per voto loro o di loro maggiori o solo per la loro devozione verso S. Giulio. Vengono all’isola in ordine di processione a croce alzata accompagnati dal loro Parroco, ivi amorevolmente accolti con amore e pietà ed al suono delle campane. Assistono ivi alla messa, offrono denari, cera, grani,ciascheduno secondo la loro obbligazione o volontà, in comune o particolarmente. E perché venendo piamente sogliono cantare litanie e salmi, per antico uso, suolsi ogni popolo veniente appellare col nome di “Salmo” sogliono con le barche fare prima il giro dell’isola cantando devotamente anche con lumi accesi. Noi pure abbiamo stabilito che nella festa di S. Giulio tutti i popoli di questa Signoria che hanno un parroco, con lieta frequenza vengano e facciano qualche offerta alla chiesa, onde da questo atto di pietà verso il beatissimo Patrono traggano aumento di devozione e salute; e cosi ci parve conveniente ordinare”.

Con l’avvento della stampa la storia del santo cominciò a essere edita e a circolare, contribuendo a diffondere la conoscenza di S, Giulio e sostenendone il culto.
Ancora oggigiorno le modalità del pellegrinaggio ricalcano quelle antiche.
Fino a pochi anni orsono, Brebbia si recava in pellegrinaggio alla tomba del santo e viene ricordata insieme alle altre comunità dalla dott. Fiorella Mattioli Carcano, storico del Cristianesimo, nel capitolo I Salmi, pellegrinaggi all'isola, in San Giulio e la sua isola.

Nella festa di San Giulio è tradizione di alcuni luoghi distribuire dei “pani detti di San Giulio” come per esempio sull’Isola di S. Giulio dalle suore del Monastero o a Dulzago. Qui i pani vengono distribuiti unitamente ad una fagiolata, tradizione questa che è documentata fin dal 1600 dal vescovo Volpi, ma che si dice possa risalire anche al medioevo. I monaci, in onore del santo protettore dei muratori, distribuivano pane e fagioli, alimenti semplici ma che volevano ricordare sia ai ricchi, sia ai poveri l’uguaglianza davanti a Dio.



CANTATA n. 147 - Johann Sebastian Bach

Anche a Brebbia il ricordo di S. Giulio fu sempre sentito con profonda devozione. A questo proposito vogliamo leggere alcuni passi tratto dal giornale locale “La festa di S. Giulio prete e dell’Immacolata” che risale al 1908 che sottolineano il fervore con il quale i brebbiesi partecipavano alle feste in onore del “loro” santo:

“Non solo ai brebbiesi, ma ai numerosi intervenuti rimarranno incancellabili nella memoria le solennissime feste qui celebrate in onore di S. Giulio prete, fondatore della sua chiesa e speciale patrono e delle opere cattoliche.
La vetusta chiesa e le contrade del paese erano pavesate con buon gusto. La cappella, nella quale dovevano esporsi i simulacri di s. Giulio, presentavano uno spettacolo meraviglioso. Più di settanta lampadine elettriche l’ornavano disposte in modo grazioso.
Erano presenti le Confraternite del SS. Sacramento, le Associazioni cattoliche, la Banda di Besnate che affiancò il nostro Corpo Musicale; la messa fu celebrata dal vescovo di Borgo S. Donnino.
Fummo onorati anche da un telegramma del Santo Padre, di Sua Maestà e di S.E. il Cardinale Arcivescovo.
Durante la processione con il Corpo Musicale, al comparire della gigantesca statua di S. Giulio si sentiva un fremito di gioia nel cuore: pareva che Giulio ancora una volta visitasse i suoi antichi luoghi evangelici.
Brebbia palesemente dimostrò d’esser popolazione profondamente religiosa”



Ricordando S. Giulio, non possiamo dimenticare l’opera di Don Luigi Mari che vedeva nell'impegno sociale la realizzazione di una crescita umana e spirituale della sua gente.
Grazie a Lui i primi anni del 1900 videro sorgere in Brebbia numerose opere, inesistenti prima di allora, alcune delle quali le intitolò proprio al nostro santo, come la Società di Mutuo Soccorso Agricolo-Operaio San Giulio, dalla quale deriverà la Lega Femminile del Lavoro. Fondò inoltre il Corpo Musicale San Giulio nel 1901 che diede il primo saggio pubblico alla festa di San Pietro nel 1902.



INNO AL CREATORE - Ludwig van Beethoven

“ALLEGRO” da Sonata per flauto e basso continuo in re min – Antonio Vivaldi

La passione e l’indomabile fede che lo avevano portato a costruire ben cento chiese lo fecero diventare patrono dei muratori.
A Brebbia per molti anni i muratori il 31 gennaio lo ricordavano religiosamente con una S. Messa; poi si ritrovavano e lo festeggiavano con un pranzo. Essendo inverno, il freddo non permetteva loro molta attività, cosi tornavano in paese per l’occasione anche gli emigranti che avevano cercato maggior fortuna all’estero.
La cena era sì un momento di spensieratezza, ma soprattutto era un modo per condividere insieme la fede e l’amore che il santo aveva portato nei cuori di ciascuno.



“Ode al muratore tranquillo”Pablo Neruda

Il muratore
dispose
i mattoni.
Mescolò la calce, lavorò
con la sabbia.

Senza fretta, senza parole
fece i suoi movimenti
erigendo la scala,
livellando
il cemento.

Spalle rotonde, sopracciglia
su due occhi
severi.

Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia
cresceva.

La calce coprì i muri,
un pilastro
levò in alto
la sua nobiltà,
e il tetto
frenò la furia
del sole esasperato.

Da un punto all'altro
andava
con mani tranquille
il muratore
rimuovendo
materiali.

E alla fine
della
settimana,
i pilastri,
l'arco,
i figli
della calce, della sabbia,
della saggezza e delle mani,
inaugurarono
la semplice saldezza
e la frescura.

Oh che lezione
m'ha dato col suo lavoro
il muratore tranquillo!



TRAMONTO SULLA LAGUNARondò Veneziano

Leggeremo ora alcuni passi, tra i più significativi , tratti da una lettera di Madre Anna Maria Cànopi osb, Abbadessa del Monastero Mater Ecclesiæ, Isola san Giulio, Orta (No)

L' IDENTITÀ DEL CRISTIANO: VIVERE PER SERVIRE

...Questo modo di porsi in relazione a Dio e al prossimo dona alla vita una dimensione nuova: in qualunque stato ci si trovi — consacrati o laici, soli o sposati, sani o malati — sempre si ha una missione da compiere, quella di donarsi. Chi vive in tale dimensione interiore evita di entrare in competizione e in rivalità con i fratelli, non agisce sotto la spinta dell'ambizione e dell'egoismo, fugge l'ostilità, la violenza, l'aggressività, con tutte le tristi conseguenze che purtroppo si esibiscono sulla scena di questo mondo.
Dobbiamo soprattutto preoccuparci di compiere il nostro dovere, cioè di servire gli altri con amore, in modo gratuito, anche se non riceviamo dagli altri il contraccambio. Anzi, quando tale disparità dovesse manifestarsi, proprio allora è il momento di vivere il Vangelo alla lettera, senza seguire la mentalità del mondo.
Chi fa il bene a poco a poco, nelle sue scelte si trova a non essere più schiavo di un criterio puramente umano e utilitaristico o, peggio, schiavo delle proprie passioni, ma si eleva a un concetto della vita più nobile e spirituale, e ad acquistare la capacità di avere rapporti autentici e sereni con tutti.
Questo è tanto importante, soprattutto nel nostro tempo in cui, con lo sviluppo delle comunicazioni, e anche in conseguenza delle migrazioni dei popoli, chi si dedica agli altri viene spesso a trovarsi a contatto con molte persone di altra nazionalità e anche di diversa religione. è una bella testimonianza di gratuità aprirsi a tutti: ogni uomo merita di essere onorato, amato, servito, a qualunque popolo appartenga e qualunque sia la sua fede.
Per servire gli altri bisogna veramente farsi piccoli, umili,è difficile, perché il nostro io è duro a morire; ma in questo sacrificio non c'è tristezza, anzi proprio da esso scaturisce la vera gioia. Gesù stesso ha detto: « C'è più gioia nel dare che nel ricevere », e l'apostolo Paolo afferma: «Dio ama chi dona con gioia ». Queste parole di vita sono da ricordare sempre.
Come cambierebbe il mondo se ogni mattino ciascuno di noi si proponesse di rivestirsi di Cristo assumendone i pensieri e i sentimenti per riprodurne le opere; se con risolutezza ci mettessimo al lavoro come buoni operai dicendo: « Per me servire è regnare: oggi voglio cominciare a vivere così!




MAGNIFICATG. Casini – P. Ciardella

AVE MARIAGioachino Rossini

“Riflessioni” Khalil Gibran
E un vecchio sacerdote disse: Parlaci della Religione.
E lui rispose:
Ho forse parlato d'altro oggi?
Non è forse la religione ogni azione e ogni riflessione,
E ciò che non è né azione né riflessione, ma stupore e sorpresa che sempre scaturiscono nell'anima, anche quando le mani spaccano la pietra o tendono il telaio?
Chi può separare la sua fede dalle sue azioni e il suo credo dal suo lavoro?
Chi può disporre davanti a sé le proprie ore dicendo, "Questa è per Dio e questa è per me stesso, questa è per la mia anima e questa per il mio corpo?".
Tutte le vostre ore sono battiti d'ali nello spazio da un essere all'altro.
Colui che indossa la moralità come l'abito migliore, sarebbe meglio stesse nudo.
Il vento e il sole non squarceranno la sua pelle.
E colui che fa dell'etica un limite al comportamento, ingabbia il suo canto.
Il canto più libero non passa tra fili e sbarre.
E colui per il quale l'adorazione è una finestra che si apre e si chiude, non ha ancora visitato la dimora della sua anima le cui finestre sono aperte da aurora a aurora.

La vita quotidiana è il vostro tempio e la vostra religione.
Ogni volta che vi entrate portate con voi tutto il vostro essere.
Portate l'aratro, la fucina, il martello e il liuto,
Le cose forgiate per bisogno o per diletto.
Poiché nella devozione non potrete elevarvi al di sopra delle vostre riuscite, né cadere più in basso dei vostri fallimenti. E prendete con voi tutti gli uomini, poiché nell'adorazione non potete volare più in alto delle vostre speranze, né umiliarvi oltre la loro disperazione.

Se volete conoscere Dio, non siate dunque solutori di enigmi.
Piuttosto guardatevi intorno e vedrete Dio giocare con i vostri bambini.
Guardate nello spazio, e vedrete Dio camminare sulla nube, aprire le braccia nel lampo e scendere nella pioggia.
Vedrete Dio sorridere nei fiori e nelle cime degli alberi vedrete il fremito delle sue mani.


DOLCE È SENTIRE (colonna sonora del film “S. Francesco” – Riz Ortolani)

Alla fine del nostro percorso storico musicale vi proponiamo una poesia di Gianni Rodari, dedicata a Don Chisciotte, che ci può aiutare a riflettere, in chiave moderna, sull’importanza della lotta per affermare le proprie idee.


Don Chisciotte Gianni Rodari

O caro Don Chisciotte, o Cavaliere
dalla Triste Figura
girasti il mondo in cerca d'avventura,
con Ronzinante e Sancio il tuo scudiere,
pronto a combattere senza paura
per ogni causa pura.
Maghi e stregoni ti facevano guerra,
e le pale incantate dei mulini
ti gettavano a terra;
ma tu, con le ossa rotte,
nobile Don Chisciotte,
in sella rimontavi e, lancia in resta,
tornavi a farti rompere la testa.
In cuore abbiamo tutti un Cavaliere
pieno di coraggio,
pronto a rimettersi sempre in viaggio,
e uno scudiero sonnolento,
che ha paura dei mulini a vento...
Ma se la causa è giusta, fammi un segno,
perché
- magari con una spada di legno -
andiamo, Don Chisciotte, io son con te!


ANCIENNE MARCHE DE TURENNEJean-Baptiste Lully



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Maria Arcuri soprano
Francesco Nizzolini flauto traverso
Rinaldo Enargelico chitarra classica
Ettore Bardelli pianoforte
Roberto Magistri sezione ritmica
Roberto Barra voce recitante

Coordinamento di:
Alessandra Lazzari
Erminio Valerio Pizzinato